La guerra e la distruzione dello stabilimento.

Guerra. Distruzione della palazzina della direzione.
Guerra. Distruzione degli impianti produttivi.

Le vicende della guerra non mancarono di far sentire le loro funeste conseguenze anche a Torviscosa: in particolare, dopo l'8 settembre 1943, cominciava, con l'occupazione tedesca, quel triste periodo di requisizioni, deportazioni, rastrellamenti e rappresaglie che contraddistinsero un tristissimo momento della nostra storia.

Il complesso industriale della S.A.I.C.I. era stato dichiarato stabilimento ausiliario e questo metteva discretamente al riparo da sgradevoli sorprese i suoi lavoratori; comunque gli ordini pervenuti da Milano erano di salvare la fabbrica e proteggere gli operai a qualunque costo e con qualsiasi mezzo. Avevano preso stanza a Torviscosa i comandi di due formazioni partigiane, mentre nella vicina Palmanova risiedeva una considerevole forza militare e di polizia tedesca. Situazione estremamente difficile, che imponeva alla direzione S.A.I.C.I. autentici miracoli di equilibrismo, tra controlli dell'autorità militare, accordi segreti con gli uni e gli altri e la necessità di nascondere ad entrambi un'organizzazione di rifornimenti clandestini di viveri e generi di prima necessità indispensabili ai bisogni dei lavoratori, che venivano volutamente mantenuti in servizio anche se gli organici finivano con l'essere di molto superiori alle esigenze. Così fu fatto, ma a causa delle difficoltà dei rifornimenti la produzione della cellulosa si riduceva nel 1943-44 a meno di un quarto di quella del 1942. Venivano distribuite, con rischiosa disinvoltura, molte dichiarazioni fasulle di dipendenza in servizio; il Comune, a sua volta, rilasciava altrettante simili dichiarazioni di residenza. In questo modo, mentre altrove si verificavano rastrellamenti di intere popolazioni, a Torviscosa si ebbero casi del tutto sporadici. Ma la guerra si stava inesorabilmente avvicinando; i ponti, le strade e la ferrovia che conducevano a Torviscosa erano stati più volte oggetto di bombardamenti e mitragliamenti. Si temeva il peggio e infatti venne il giorno dell'apocalisse.

Il 24 febbraio 1945, un sabato, una formazione di bombardieri alleati scaricava in tre ondate successive una nutrita serie di bombe ad alto esplosivo sui fabbricati industriali, riducendo l'intero complesso in un miserevole ammasso di macerie. In pochi minuti la magnifica opera che era costata tanto impegno, tanto denaro e tante fatiche, e che era ormai l'orgoglio di tutto il Friuli, veniva praticamente cancellata dalla faccia della terra. In questo quadro di orrenda distruzione, Marinotti e la direzione della S.A.I.C.I., fedeli agli impegni assunti, non dimenticarono il loro dovere: la fabbrica era ormai distrutta, ma c'erano ancora i lavoratori e questi dovevano essere protetti. Sarebbe stato impossibile, ora giustificare la presenza di una grossa massa operaia in una fabbrica inattiva in modo irreparabile. Ma quale sarebbe stata la sorte degli operai ormai privi di lavoro ed in balia delle autorità di occupazione? A questo interrogativo angoscioso la S.A.I.C.I. rispondeva con un comunicato, emanato il 16 marzo 1945, con il quale si annunciava agli operai industriali che una parte di essi sarebbe stata assorbita all'azienda agricola, senza alcuna interruzione di anzianità e con diritto di precedenza nell'eventualità di ripresa lavorativa in fabbrica. La società assumeva inoltre, a proprio carico, la corresponsione degli assegni familiari spettanti ai lavoratori dell'industria.

La S.A.I.C.I., pur gravemente mutilata, non aveva abbandonato i suoi uomini. La guerra infieriva anche su Franco Marinotti, nel 1944 veniva incarcerato a San Vittore (*) per essersi opposto alla nazionalizzazione dell'impresa ed al trasferimento delle maestranze in Germania. Sempre nello stesso anno si rifugiava in Svizzera (**).

(*). CFR. R. BROGGINI - Un rifugio in Svizzera - 1993 - pagg. 117, 209
(**) L'8 settembre 1944 raggiunse la Svizzera - dove già si trovava il figlio Paolo - il presidente della Snia Viscosa Franco Marinotti, già arrestato il 3 marzo per aver ricoverato nella villa di Cadorago numerosi perseguitati politici o razziali e favoriti per il loro passaggio in Isvizzera". Così da un rapporto ufficiale elvetico: Anche ora, Marinotti è probabilmente in pericolo in Italia e certo corre questo rischio da parte italiana, e questo si comprende dal fatto che sia potuto uscire con una regolare autorizzazione tedesca, che non avrebbe ricevuto se da parte tedesca ci fosse stato qualcosa contro dì lui. [...]. Il Marinotti, dopo il suo passaggio in Isvizzera, continuò con tutti i mezzi a favorire il movimento della resistenza e della liberazione, e ciò mentre colà egli svolgeva un'azione di alto interesse politico ed economico per l'Italia. In effetti, Marinotti era stato incaricato dai tedeschi di un primo contatto in Svizzera con gli alleati per una resa separata e il 25 ottobre era rientrato pure in Italia, con uno speciale lasciapassare, per un colloquio segreto con il capo del Sicherheitsdienst di Verona; Marinotti risiedeva ancora a Zurigo nell'ottobre 1946, quando venne sospeso un provvedimento d'espulsione nei suoi confronti.