L'architettura della 'nuova' città.

Le case operaie di Torviscosa.
Torviscosa a inizi '900.

ARCHITECTURE OF THE NEW TOWN
The buildings reserved to the employees, in spite of the poorness of the external materials used (plastering, artificial stone and bricks) which was caused by the autarchical shortages, display a fairly good '900 style. The two building blocks are placed simmetrically and contain twelve apartments and shops at the ground floor. Behind the Comune building there should have been a wide market piazza, surrounded as well by apartment buildings, as to display the same frame again. This concept is present in all De Min's projects between 1940 and 1947. In this way, the architect reinforced the idea of the town subdivided into functional parts organized on hierarchical lines and axis.

 

Gli edifici riservati agli impiegati, pure nell'economia dei materiali esterni (intonaco, pietra artificiale e mattoni) dovuta alle ristrettezze autarchiche, declinano un dignitoso lessico novecentista. I due blocchi di edifici disposti simmetricamente, sono porticati e ospitano dodici appartamenti e negozi al piano terra. Sul retro del palazzo comunale avrebbe dovuto aprirsi un'ampia piazza del mercato, delimitata anche essa da blocchi di appartamenti porticati in modo da riproporre il disegno unitario. La moltiplicazione degli spazi pubblici, secondo un succedersi di piazze, sarebbe dovuto proseguire lungo l'asse Est-Ovest con la piazza prevista davanti alla chiesa, che doveva venire ristrutturata affiancata ai lati da nuove costruzioni di carattere religioso. Questo concetto è presente in tutti i piani regolatori redatti da De Min tra il 1940 ed il 1947. In questo modo l'architetto ribadiva e rafforzava la suddivisione della città per parti funzionali organizzate su linee e assi gerarchici che definiscono comparti e percorsi, in cui la zona centrale corrispondeva ai luoghi pubblici, sottolineati dalla presenza di chiesa, asilo, scuola, municipio, mercato, tutti disposti lungo un asse ideale. In tale zona le strutture residenziali previste erano quelle per gli impiegati alloggiati in blocchi di appartamenti e quelle per i dirigenti, che abitavano in villini, secondo una gerarchia sociale cui corrispondeva una certa distanza dal centro della città. L'osservazione del piano regolatore del 1943 e di quelli post-bellici del 1947 e 1949 non permette di rilevare particolari cambiamenti. Lo sviluppo urbano è sempre previsto lungo l'asse Est-Ovest alle spalle del palazzo comunale, ed è delimitato a Ovest da una ramificazione della ferrovia. Inoltre nel disegno dell'architetto rimane il tentativo di stemperare la rigidità della maglia ortogonale delle strade dell'ampliamento urbano con l'insediamento di assi viari obliqui che incrociandosi, creino sempre nuove e variate prospettive. Nel 1942 l'architetto redige il progetto che ipotizza la trasformazione della chiesa e della piazza antistante. Due alte e massicce torri campanarie in laterizio (ricordiamo che due anni prima era stata raddoppiata la torre della fabbrica) rinserrano la facciata concepita come una parete piena forata in alto da una galleria di archi e fasciata a terra da un porticato-protiro che svolta lungo i lati e prosegue fino a collegare due nuovi edifici: la casa del parroco e quella delle suore. Di questo progetto De Min elabora due versioni che si differenziano solo per alcuni particolari delle torri campanarie e del protiro. L'uso del mattone rosso a vista mette in relazione l'edificio con il contesto, mentre l'adozione di lesene e archetti nelle torri campanarie e nella zona absidale denota l'adesione a un lessico neo-romanico. Dalla piazza adiacente il disegno prospettico della chiesa suggerisce spazialità rarefatte e dilatate, avvertibili anche nel contemporaneo progetto di ampliamento dell'ingresso della fabbrica. Complessivamente al disegno abbastanza variato delle parti pubbliche l'architetto contrappone quello piuttosto rigido avvertibile nella zona delle abitazioni operaie concepite secondo uno schema ortogonale, scandito da vie parallele e angoli retti secondo il modello tipico degli insediamenti del "paternalismo industriale". La stesura di un reticolo geometrico uniforme tuttavia non significava l'eliminazione delle stratificazioni sociali in quanto l'ordine gerarchico risultava comunque sempre evidente. Tale schema, in cui la geometria in quadrato diviene il modulo espressivo di una generale concezione sociale di ordine e gerarchia, era già apparso in precedenti quartieri operai fatti costruire in precedenza dalla SNIA, di cui sono tipici quelli di Venaria Reale o quello "Borletti" a Cesano Maderno. Nel caso di Torviscosa tuttavia il numero non eccessivo delle abitazioni e la distinzione in differenti tipologie, alle quali corrisponde un diverso orientamento dei fabbricati sui lotti, permette di evitare la ossessiva ripetizione in serie. Le case operaie, infatti, sono riconducibili a due tipologie: case "a schiera" e "in linea". Queste - le prime a essere costruite - sono formate da quattro serie di corpi di fabbrica a due piani, orientati da Nord a Sud. Gli edifici delimitano una serie di corti comuni da utilizzare come orti. Negli alloggi a un solo piano, serviti in coppia da una scala comune, è avvertibile come il criterio della massima economia abbia condotto a una minimizzazione degli spazi e a una semplificazione delle soluzioni architettoniche. Solo nelle testate dei singoli blocchi edilizi la parete piena viene "disegnata" da un motivo di lesene e archi cechi, mentre l'inserimento di graticci in muratura, su cui creare una quinta arborea, serve a chiudere le corti interne. Nel proporre anche a Torviscosa un "modello" di casa operaia definibile come "casa di campagna urbana", l'azienda punta a creare un ordine sociale basato sulla famiglia, sulla stabilità della mano d'opera e sull'attaccamento di questa al datore di lavoro. La notevole quantità di spazi verdi, avvertibile nella città, è anche sintomo di una scelta ideologica fondamentalmente anti-urbana. Il rapporto di interdipendenza fra attività agricola e industriale che sottende tutta l'operazione Torviscosa, infatti, doveva trovare espressione nell'architettura. Il carattere della città quindi, doveva essere fondamentalmente rustico. Doveva cioè riprendere e esprimere valori e aspetti propri della cultura del ruralesimo propugnata dalla dottrina fascista, ma nel contempo doveva anche indicare la dipendenza del nucleo urbano dalla fabbrica. Gli elementi del linguaggio formale dell'architettura dovevano inoltre avere precisi riferimenti alla tradizione costruttiva locale. In quest'ottica va visto l'uso del mattone rosso a vista con il quale è costruito tutto il conplesso della fabbrica, che allude alla ricca tradizione di fornaci e fornaciai della regione. E' inoltre interessante notare come l'uso di questo materiale si estenda oltre i cancelli della fabbrica coinvolgendo anche le architetture dei servizi e quindi la scuola, la palestra, l'asilo. Se il mattone diventa qui elemento che sottolinea la derivazione, se vogliamo la dipendenza, di questi manufatti dal luogo della produzione, l'uso di esso va via via stemperandosi nelle abitazioni, fino a divenire una mera citazione per alcuni elementi decorativi: i riquadri delle finestre nelle case operaie, i piccoli timpani, scarnificazione di un lessico novecentista, nelle case per impiegati. Il mattone scompare del tutto nell'unica architettura "ufficiale": il palazzo comunale. Per questo edificio, articolato nella volumetria, sono impiegati, oltre all'intonaco, pietra naturale e artificiale. Il palazzo presenta due prospetti principali: uno a Est che fronteggia le scuole e uno a Ovest che, come si è già ricordato, avrebbe dovuto costituire il fondale della piazza del mercato. Al piano terreno, nelle intenzioni dell'architetto, severe arcate costituiscono un elemento-filtro fra le due piazze. La torre civica si innalza a perpendicolo dell'asse dell'edificio riprendendo il disegno di quella di Sabaudia, ma in forme meno snelle e contrappuntandosi con le sue masse squadrate, alla plasticità della torre della fabbrica. Grazie all'uso calibrato che ne fa l'architetto, l'effetto complessivo di questa "poetica del mattone", dà luogo a risultati senza dubbio gradevoli come nella zona sportiva o nel teatro. Questo adotta la tradizionale pianta a ferro di cavallo alla quale sono affiancati corpi laterali di sevizio disposti a ventaglio. Si presenta quindi come un organismo simmetrico a tre blocchi in cui quello centrale emerge per dimensione e potenzialità di episodi plastici. L'accostamento delle masse - trattate tutte con lo stesso materiale - che avanzano e recedono, crea un vivo gioco d'ombre. Oltre al riferimento a una tradizione locale, ci sembra di scorgere nella riproposizione del mattone. non solo il richiamo alla stagione novecentista milanese, nella quale De Min si era formato, ma anche alcune reminescenze di architetture nordiche, tedesche in particolare, degli anni Venti. Talvolta, il trapasso linguistico tra l'architettura della fabbrica e quello delle attrezzature di servizio assume analogie anche formali, come nel caso della palestra, concepita (e accade la stessa cosa nei capannoni che ospitano i macchinari industriali), come una vasta aula rettangolare timpanata e fasciata in alto dal susseguirsi di aperture regolari. Il linguaggio architettonico di De Min è comunque piuttosto scarno: volumi nitidamente espressivi e sobriamente accostati senza compenetrarsi; assi di simmetria nella composizione dei prospetti, aperture nettamente marcate, pulizia estrema nei dettagli e poco altro. Due elementi sembrano emergere come motivi spesso ricorrenti: il riquadro e l'arco. Il primo incornicia le aperture o movimenta plasticamente le nude superfici murarie, come nei prospetti laterali del teatro, nella palazzina della direzione e negli altri edifici dello stabilimento, nella scuola. Nelle case per gli impiegati (Via Malisana) è usato invece come un elemento di collegamento fra i singoli blocchi edilizi e costituisce il portale d'accesso alle corti interne. Il secondo diventa un elemento usato con valenze diverse: motivo aulico o elemento di filtro, semplice partito decorativo o fortemente caratterizzante l'architettura. Così l'arco ritorna, quasi ossessivo, nel porticato del palazzo comunale, nelle case operaie e in quelle per gli impiegati, nel campo sportivo o negli spogliatoi delle piscine (oggi demoliti). Rivestiti in pietra artificiale o intonacati, a doppia altezza o ridotti a frammenti astratti, gli archi sembrano stabilire un continuo gioco di rimandi e riferimenti tra le varie architetture. Si nota inoltre come gli edifici, anche quelli industriali, non ostentano tecnicismi virtuosistici, ne esibizioni di nuovi materiali, quanto piuttosto l'impiego rassicurante dei materiali tradizionali: oltre al mattone è l'intonaco a coprire le superfici delle case. Ma un intonaco rustico non certo la candida liscia superficie per lo "scrivere senza aggettivi" del linguaggio "razionalista". Le case di De Min, invece, hanno, e in bella mostra, cornici, soglie, gocciolatoi, camini e tutto il repertorio costruttivo della tradizione. E questo ha permesso agli edifici di durare nel tempo, come testimonia l'attuale stato di conservazione decisamente migliore rispetto a alcune architetture-manifesto degli anni Trenta che, a causa di un certo semplicismo costruttivo, sono malinconicamente invecchiate. In particolare, sono ricche di interrogativi e sollecitazioni le case operaie dell'isolato compreso tra le attuali via Marconi e viale del Lavoro, formate da appartamenti in duplex riuniti per costituire blocchi di sei alloggi ciascuno. Infatti se la soluzione a villino o a casa a schiera con un piccolo appezzamento di terreno su entrambi i fronti, orto-giardino, è tipico dell'edilizia abitativa delle città nuove, è invece del tutto atipico il linguaggio architettonico adottato: uso di archi, logge, terrazze, finestre circolari, a arco, rettangolari. I prospetti sono semplicemente intonacati e l'uso del mattone a vista appare solo come decorazione degli stipiti degli arconi d'ingresso e delle finestre. Sui fronti posteriori il motivo dell'arco a tutta altezza crea un loggiato che protegge l'esposizione a Sud delle camere. E' evidente il tentativo di creare un'atmosfera di artificiale rusticità attraverso l'uso di elementi propri delle case contadine che in questi anni, vedi Pagano, venivano riscoperti e riproposti. Non è da escludere comunque che la scarnificazione del linguaggio formale adottata da De Min sia da attribuire anche alla velocità in cui venivano redatti i progetti, come testimoniano le date riportate sui disegni rispetto ai tempi del cantiere. L'immediatezza tra il disegno e la realizzazione non permetteva il necessario processo di affinamento e rimeditazione sulle scelte attuate. Alcune trascuratezze grafiche, talvolta avvertibili nei disegni, e la riduzione di questi a pochi tratti essenziali senza indulgere in chiaro-scuri o in altri accorgimenti, sembrano dovuti alla "foga del costruire" sollecitata dalla necessità assoluta di dovere terminare l'operazione entro un anno.